C’è un poetare di coscienza, che non si limita a dar forma a sensazioni e sentimenti. C’è un poetare che tende l’arco del sentire sino a far vibrare le corde dell’immaginazione oltre i paesaggi del visibile, per scoccare la freccia dell’ardimento del pensiero verso l’orizzonte dell’infinito. Questo poetare è generato da quel viaggio interiore dell’anima, che cerca di percorrere quella via ascetica che sogna, nel nostro intimo, di risvegliarsi dal torpore di spettatori annoiati e distratti, per seguire gli aneliti della passione per l’infinitezza, quella che ci spinge sempre avanti, sempre oltre, a ritrovare la sorgente del nostro dover farci uomini autentici. Ciò avviene quando le parole possono evocare solo ciò che è nascosto nell’animo: il fremito di un pensiero metafisico che osa manifestarsi in questo intenso addensarsi di versi, popolato di visioni traboccanti dall’inconscio di Cristiano Drago.
Prof. Gaetano Mollo - Dipartimento di Filosofia - Università di Perugia
Nonostante il variare delle cose l’Assoluto è il loro fondamento. Non esiste dunque, che la realtà trascendente dello Spirito, un puro pensiero pensante e autocosciente. L’unico valore della natura materiale sta nell’esser pensata. Essa non ha realtà. L’essere delle cose è immanente al pensiero stesso e il mondo non è che una rappresentazione.
La morte non è la porta del nulla.
Essa rompe il filo della vita, affinchè dopo, sia riannodato dalla Verità assoluta ed eterna.
Prof. Pietro C. Drago - (1906-1981, Filosofo)
A mio nonno, un grazie fuori dallo spazio e dal tempo.
La filo-poesia surreale di Cristiano Drago
«Non ci si bagna due volte nello stesso fiume» diceva Eraclito. Non ci si bagna due volte nemmeno «nel blu di quel mare profondo» della vulcanica poesia di Drago. No, non se ha il tempo: si viene travolti direttamente. O si diventa mare con lui o si affoga. In Drago l’oltrepassare i limiti, è un atto di quotidianità naturale. Lo strabordare incessante è in lui congenito. Egli non riesce minimamente a stare dentro schemi, di qualsivoglia natura. Perfino i capitoli del suo libro gli staranno stretti – sono sicuro che qualcuno o qualcosa dentro di lui dirà: «perché mai dovrei dividere in capitoli? Perché mai organizzare? Quando tutto ciò che ho dentro è una cascata in piena?» Una cascata creativa di una potenza sovrumana, nel senso letterale di “sopra” o “oltre” l’umano1. La baudelairiana facultè cardinale – la fantasia – è costantemente all’opera, in ogni minima sfumatura del testo, senza pausa, senza respirare dall’inizio alla “fine”. Cristiano Drago, col suo Barocco galoppante, ci accompagna, o meglio ci stordisce, ora con le parole, ora con le visioni, ora con i concetti: ora. Allungando la nostra attenzione, nell’istantaneo presente della sua elevazione alla seconda 2. Drago ci mette all’angolo e picchia duro, scaraventandoci in faccia tutta la grettezza della pesante immanenza, il peso del suo affanno, la zavorra e il contrasto nel nostro animo, scheggiato, a tratti ferito, graffiato da essa. A volte trafitto. Ecco che in questo senso, la scrittura draghiana, diventa terapeutica: nel suo travolgerci, ci porta con Lei, tra dimensioni iperboree, iperuraniche. Ci si stacca dal reale. E si comincia a volare: in essa, con essa. «Magnifici viaggi verso il divino… Ma nessuno di questi a misura d’uomo». Appunto: oltre di esso, oltre l’uomo. “Oltre” è la parola d’ordine, la chiave di volta per scassinare il reale, trasfigurarlo, sbeffeggiarlo e schiaffeggiarlo e, finalmente: superarlo.
Ecco a voi la Surrealtà.
Il Surrealismo draghiano, «immersione cromatica di un dipinto grondante sogno», rende reale e tangibile la «pertinenza semantica dell’essere», la quale «ci ubriaca fino al midollo». La sbornia però non è nefasta, poiché «l’ebbrezza di questo nettare supremo ci rende immortali». In Simmetrie dell’oltretomba (sicuramente una delle più belle liriche del testo, dopo Energia creatrice, la mia preferita), il poeta, col suo passo leggiadro, sembra comunicarci una grande verità: a noi ci è dato tutto, se solo torniamo bambini, cioè se solo compiamo quel percorso platonico di rievocazione del Sé.
«Conoscere è ricordare».
Tema dal fascino immortale questo, magistralmente approfondito dal mistico contemporaneo Daniel Meurois-Givaudan, in cui proprio in questa poesia ritrovo un’eco sinuosa e invitante. Ricordarsi, è in questa “nuova” prospettiva ontologica, migliorarsi. Non a caso, a questo proposito, Drago cita Pietro Ubaldi, il quale afferma che «la crescita è un processo di trasformazione: non si tratta di un puro e semplice accumulo, ma di un processo nel quale i primi livelli successivi vengono costantemente superati e trasformati». Eccolo dunque il super-uomo - o come lo dipinge elegantemente il poeta “l’uomo trasparente” - un individuo «artefice del proprio destino sempre e comunque: egli deve compiere la “fatica” di creare se stesso». (Una fatica che è un piacere, oserei aggiungere io). Lasciandosi alle spalle «polverose e antiche suppellettili karmiche», Cristiano Drago inaugura un nuovo stile poetico-filosofico in cui egli stesso, giullare creativo e menestrello quantico, passa dal barocco al rinascimentale, col potere del suo carrarmato concettuale-evocativo, il quale quando passa, affonda… Quando passa, si vede. Si sente. Nonostante il vessillo del Silenzio, svetti imperioso dalla cabina di Comando. Dal Cinquecento si arriva d’un balzo al Novecento: il salto a-temporale avviene tutto d’un tratto, mit einem schalg – riproponendo la felice citazione schopenhaueriana di Drago 3. Il tema rinascimentale dell’uomo artefice di se stesso, ampiamente evocato lungo tutto il corpo sottile del testo, sfocia, nella più assordante naturalità, nell’evasione implicita tipica del Surrealismo. Perché si: Drago è un surrealista. L’ecletticità esuberante dell’impalcatura concettuale di questa meta-scrittura, compromette ogni possibile linearità d’indagine o regolarità descrittiva e/o interpretativa. L’uragano di pensieri intermittenti, più veloci della luce einsteiniana, già proiettati ben oltre la relatività e inzuppati di quantismo, duella regalmente col corso della storia: la Storia delle Idee. La già citata impossibilità congenita al limite e al confine, che gli permette di essere al tempo stesso rinascimentale e surrealista o esserlo e non esserlo, apparire e scomparire come un’onda-particella non localizzata, se non all’interno di questa massiccia Weltanschauung esoterica, dipinta con l’anima a caratteri cubitali nel cielo del Silenzio, provoca ed implica uno spossamento strutturale del reale. «All’artista è permesso spostarsi», ricorda Drago citando De Chirico, bene ma dove? Sebbene la localizzazione non ha orami più senso alcuno - e forse proprio per questo – l’unico “luogo” rimanente, dopo aver superato il reale, è proprio il surreale: ecco perché Cristiano Drago, è un surrealista a pieno titolo. Ma un surrealista ampliato, che ha tesaurizzato il Rinascimento, si è immerso nell’esperienza dell’esoterismo, si è interrogato sul quantismo e si esprime in modo barocco. Tutto ciò viene perfettamente esplicato «da questo linguaggio visionario che diventa filtro di simboli e significati in cui descrivere un mondo differente: qui sono proprio i sogni a passare dalla potenza all’atto».
«Che aggiungere ancora…
Forse la descrizione di ogni misterico simbolismo
celato dietro tali versi
non si esplicita ancora in tutta la sua autoevidenza.
Non c’ è da preoccuparsi per questo…
basta osservare il firmamento
e il suo infinitesimarsi indomito
proprio sopra il nostro sguardo».
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1. Ci viene in aiuto la sinuosità della definizione nietzscheana di Übermensch, più volte citata dal pittore-filosofo-poeta. Ma in sostanza, chi è il superuomo draghiano? E’ «un uomo trasparente, che ha la possibilità di reinventarsi totalmente perché del tutto sganciato dalla forma e con gli occhi sempre puntati sul suo precipizio interiore: la sua sostanza».
2. La “seconda attenzione” non è altro che il regno dello Spirito, ciò che Castaneda chiamava Nagual (distinguendolo dal Tonal), la Coscienza in libertà, l’oltrepassamento della materia (”prima attenzione”). L’infinito presente o istantaneo presente è quella condizione atemporale, scevra da suddivisioni, la sola esistente secondo varie tradizioni esoteriche, la sola ammissibile, per “comprendere” certe meccaniche, tanto celate quanto celesti. Sia il tema dell’assenza di tempo che quello della “vittoria” sulla materia, sono ampiamente sezionati dalla macroscopica filopoesia di Drago.
3. D’altronde i limiti temporali e quelli spaziali, sono stati ampiamente superati, già nell’introduzione: «Sconvolgendo i normali piani spazio-temporali, già la relatività ristretta di Einstein aveva proposto un modello di universo in cui lo spazio-tempo poteva essere incurvato, alterato e anche annullato, ad opera di forze potentissime come la gravità o l’ interazione nucleare forte. Ad oggi noi impariamo a conoscere anche altre forze altrettanto potenti che permettono d’ incurvare la quadridimensionalità spazio-temporale: il potere evocativo della volontà e l’ immaginazione nella fase onirica del sogno; considerazioni al “limite” dell’ esperienza umana che indispettiscono di certo una visione kantiana dell’ universo, in funzione delle sue categorie di spazio e tempo, come intuizioni pure e forme a priori dell’ intelletto”.
Dott. Lucio Giuliodori - Università di Mosca
3 Settembre 2011
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Fin dalle entusiasmanti speculazioni di Albert Einstein, uno dei più grandi fisici della storia, l’uomo è andato alla ricerca di una formulazione matematica che sia in grado di fornire una corretta e totale visione del mondo: la cosiddetta teoria M, il più avanzato e completo formalismo matematico della teoria delle stringhe, ha la pretesa di riuscire nella descrizione di qualsiasi elemento dell’universo e perciò, di appellarsi come teoria del tutto. Il concetto matematico di stringa è applicabile nella descrizione sia del microscopico (fino ad oggi di stretto dominio della meccanica quantistica) che del macroscopico (oggetto della relatività generale). Fin dalle celeberrime discussioni fra Einstein e Bohr, queste due imponenti teorie fisiche hanno manifestato numerosi punti di divergenza e contraddizione: la teoria delle stringhe riesce ad effettuare un connubio fra meccanica quantistica e relatività generale. Questa neonata teoria del tutto riesce a calmare il violento caos quantistico e trasforma il concetto di particella puntuale in ente formato da stringhe: il caos rimane, ma in modo meno accelerato; limitando così l’imprevedibilità probabilistica tipica dell’analisi quantistica, si riesce a far confrontare meglio la dinamica dei quanti con la “linearità” della relatività generale. Nell’ultrapiccolo, le stringhe si configurano come il costituente ultimo della materia, come i mattoni fondamentali che andranno a costituire i quark, poi i protoni, i neutroni, l’atomo, le molecole e così via. Siamo nell’ordine della lunghezza di Planck, cioè 10-33 (cioè 0,000…01 cm, scritto con 33 zeri) e del “più piccolo non si può”, ossia la porzione di spazio più piccola che si possa concepire. Una stringa si definisce come un anello di energia vibrante del diametro di un lunghezza di Planck che pulsa ad una determinata frequenza: questa conferisce alle particelle stesse le differenti proprietà quali massa e carica; le diverse frequenze delle stringhe costituiscono le differenti proprietà delle particelle e quindi sono le responsabili della diversità di tutta la materia. Stiamo per vivere una svolta epocale? Secondo le recenti affermazioni del premio Nobel David Gross, direttore dell’Istituto Kavli per la fisica teorica all’Università della California, pare proprio così: le sue considerazioni hanno concluso la 23a conferenza Solvay, il 3 dicembre 2005 a Bruxelles, in cui era presente il fior fiore della fisica teorica mondiale: decine di scienziati, fra cui 5 premi Nobel, chiamati a fare il punto sugli sviluppi della Teoria del Tutto. Forse, i teorici delle stringhe realizzeranno il sogno di Einstein: scoprire una Superforza, una teoria del tutto che sia in grado di unificare tutte le forze e tutte le materie. Questo nuovo modello di universo basato su anelli di energia vibrante, ha però un’unico difetto: non si può osservare sperimentalmente l’ente stringa e non se ne possono osservare gli effetti sulla realtà circostante; non possiamo osservare grandezze tanto microscopiche (o macroscopiche) e la teoria delle stringhe rimane una brillante speculazione teorica che forse un giorno fornirà strabilianti risultati sperimentali. Seppur questa sua non-sperimentabilità, molti scienziati sono pronti a scommettere sulla validità di questa teoria: non è possibile che un formalismo matematico tanto elegante e “perfetto” nella sua descrizione del mondo sia semplicemente sbagliato, quindi la maggior parte degli sforzi sperimentali odierni di tutti i più grandi centri di ricerca mondiale, sono volti a fornire prove sperimentali della suddetta teoria. La teoria delle stringhe ci mostra un universo molto diverso da come noi lo conosciamo: quello che noi percepiamo è solo una parte di un qualcosa di molto più vasto. A livello macroscopico, l’universo stesso è teorizzato come una gigantesca stringa (superstringa), una sorta di membrana tridimensionale (o brana secondo la teoria) inserita all’interno di un universo multidimensionale: complesse equazioni implicano l’esistenza di dimensioni spaziali extra da aggiungere a quelle quattro che comunemente percepiamo; ma dove sono questi ulteriori gradi di libertà che ci vengono proposti dai teorici delle stringhe? Se osserviamo un filo molto sottile, un capello ad esempio, percepiamo solo la sua lunghezza e ci si presenta, in modo unidimensionale, solo come una linea che va da un punto ad un altro; invece minuscoli insetti o batteri possono anche percorrere il capello girando intorno ad una sua sezione, potendone così sperimentare un’ulteriore dimensione, quella circolare, che per noi sarebbe impossibile percorrere e perciò, dobbiamo accontentarci di apprezzare solo la dimensione della lunghezza. Invece, i microrsganismi hanno sul capello un grado di libertà in più. Anche le dimensioni extra, ipotizzate dalla teoria delle stringhe, sembrano avere le stesse caratteristiche dell’esempio enunciato: alcune lunghissime e sottili come le nostre tre dimensioni spaziali (X,Y,Z) e alcune cortissime e circolari delle dimensioni minuscole di una stringa, come esposto in figura. Già negli anni ’30, alcuni fisici ipotizzarono che la struttura dell’universo potesse essere composta da dimensioni lunghe ed estese, ma anche da dimensioni microscopiche, miliardi di volte più piccole di un singolo atomo; lunghezza per allora inimmaginabile. Se solo potessimo sperimentare un mondo del genere, la nostra esistenza sarebbe determinata non più dal principio di causalità, ma dal principio di indeterminazione: “le fluttuazioni probabilistiche aumenterebbero quanto più si cerca di osservare distanze piccole e tempi brevi” ci illustra Greene. Su distanze e tempi infinitamente piccoli come la lunghezza di Planck (10-33 cm) e il tempo di Planck (10-43 secondi), vivremmo tali fluttuazioni energetiche da distorcere il tessuto dello spazio-tempo fino a creare una “schiuma” di buchi neri e vortici spaziotemporali che nascono e svaniscono in un istante. Qui sperimenteremmo il caos più totale: viaggeremmo in continuazione nel passato e nel futuro, perdendo completamente l’orientamento perché le coordinate spaziali cambierebbero in continuazione. Ma il concetto di stringa ci descrive un mondo microscopico più pacifico ed equilibrato. Le stringhe sembrano essere il vero e proprio quanto di realtà oltre del quale sembra impossibile andare: questi particolari anelli energetici vibrano ad una particolare frequenza e danno vita alla materia nelle sue differenti qualità; un gruppo di stringhe vibra e crea, generando per esempio quello che noi chiamiamo fotone, oppure un’ altro gruppo di stringhe vibra in modo differente generando quello che noi chiamiamo elettrone e così via per il resto della materia. Negli ultimi anni i nostri concetti di spazio e tempo sono stati completamente stravolti: una evoluta area della fisica teorica, come la teoria delle stringhe, apre nuove e inattese prospettive sui fondamenti dell’universo e dopo la scomposizione dello spazio fino alla sua realtà ultima, è il turno del tempo ed il risultato di tale processo è che, secondo la teoria, anche il tempo è “granulare”. Nel senso che il fluire del tempo non scorre come il fluire continuo di un fiume, ma “a scatti”. Noi non possiamo rendercene conto perché ogni “rintocco” è brevissimo, con una durata paragonabile al tempo di Planck, ma possiamo immaginare le rivoluzionarie ripercussioni che tale evidenza provocherebbe sul rapporto tra fisica del continuo e fisica del discreto. Ma continuiamo a stravolgere il nostro spazio: fin dalla geometria euclidea si è sempre considerata la linea come la minor distanza fra due punti, poi Einstein propose un nuovo concetto di spazio non più statico, ma che può allungarsi e deformarsi in modo da formare dei cosiddetti cunicoli, delle vere e proprie scorciatoie cosmiche in cui non è più la linea la minor distanza fra due punti perché i due estremi riescono a collimare: se “piego” il continuum spazio-temporale in modo da far coincidere due punti distanti fra loro, lo spazio che li separa diverrà zero perché verranno a coincidere; per riprodurre questo fenomeno di non-località e creare quindi un cunicolo, si deve lacerare o bucare la struttura intima dello spazio. Secondo Einstein, questo è impossibile oppure, se possibile, catastrofico: basandosi sulla fisica quantistica, uno strappo sul tessuto spaziale produrrebbe una catastrofe cosmica a causa della violenta agitazione quantistica delle particelle. Ma le stringhe placano il caos: infatti una stringa in movimento crea dietro di sé una sorta di condotto energetico che avvolge e isola lo strappo spaziale, mantenendo il sistema in equilibrio dinamico. Con l’avvento della teoria delle stringhe tali eventi distruttivi non vengono più descritti e lacerazioni nel tessuto spaziale diverrebbero possibili. L’eventualità di costruire suddetti cunicoli potrebbe verificarsi, al fine di effettuare ciò che l’uomo ha da sempre “solo sognato”: la possibilità di spostarsi ovunque nello spazio e nel tempo. Concludendo, vorrei sottolineare due punti fondamentali: il primo è il concetto di stringa come anello di energia vibrante che è il costituente ultimo (o primo) della realtà e di come questo conferisca diverse proprietà alla materia in funzione della sua frequenza vibratoria. Ci sono state e ci sono ancora antichissime tradizioni mistiche sperimentali che hanno da sempre proposto un modello di universo basato su emanazioni energetiche e sul dominio delle stesse per giungere all’estasi della conoscenza illuminata; un universo non molto differente da quello descritto da questa affascinante teoria che fa dipendere tutte le dinamiche universali da vibranti anelli di energia. Tutto non è altro che energia imprigionata in differenti forme. Anche la celeberrima equazione relativistica di Einstein, E = mc², ce lo attesta chiaramente: materia ed energia sono intrinsecamente correlate. Il secondo punto è il concetto di universo multidimensionale che pare essere la diretta conseguenza di un universo formato da stringhe: gradi di libertà extra di cui non abbiamo mai avuto una conoscenza diretta perché microscopici, dimensioni sconosciute che magari attraversano lo spazio fra noi e il libro che stiamo leggendo senza che ce ne rendiamo conto, sono concetti molto familiari per chi segue una via di risveglio spirituale. Da sempre ci sono state delle persone illuminate, dei maestri, che hanno insegnato a contemplare l’universo nella sua interezza e completezza come un essere multidimensionale, costituito cioè da molteplici universi paralleli che, intrecciandosi fra loro, creano un multiverso (o megaverso). Quindi la Conoscenza di Sé e del Cosmo può essere conquistata dall’uomo per mezzo di svariati strumenti che solo all’apparenza sembrano di opposta natura. Se questi dicono il vero non possono far altro che ritrovarsi per fondersi e percorrere così un sentiero comune: è questo il caso di alcune componenti “illuminate” della scienza moderna e di alcune antiche e autentiche tradizioni esoteriche. E’ forse adesso, l’epoca giusta per cominciare questa sintesi.
Cristiano Drago
3 Settembre 2011
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VERSO (L’) INEFFABILE
Dall’introduzione
Il concetto espresso nel duplice significato del titolo di quest’opera, “Verso ineffabile” e “Verso l’ineffabile”, rappresenta il sottile dualismo ontologico con il quale dar voce ad un lirismo non più inteso solo come creatività poetica, ma come risultante di una meta-poetica: un nuovo percorso artistico inteso a realizzare l’emozionante connubio poesia-filosofia. Il verso ineffabile non può essere che tale, in quanto adagiato con tutto il suo ermetismo, sulla soglia lirica del pensiero che solo successivamente comprende la meta filosofica del suo poetico cogitare verso l’ineffabile: la conquista dell’esserci. Questo percorso introspettivo, atto a condurre il pensiero alla conquista di tutti quei “ponti metafisici” che Heidegger non riuscì mai ad erigere sui suoi sentieri interrotti, non giungerà mai ad un termine, ma splenderà d’iridescente saggezza, solo per aver imboccato la strada dell’ineffabile conoscenza del Sé, intesa come esserci(dasein), cioè essere-nel-mondo. A contrasto di ciò, emerge la figura del nullismo che incarna la squallida, viziosa mediocrità della nostra epoca, qui impersonificata poeticamente da varie metafore (fantasmi, nebbia, fuliggine). Trascendere questo stato, per giungere all’estasi della conoscenza, è il fine ultimo e irraggiungibile di questo percorso: quando il filosofo rivolge lo sguardo verso e oltre l’orizzonte e non possiede più mezzi espressivi per spiegare, ciò che forse è inspiegabile, diventa puro spirito: allora avviene che filosofia e poesia s’incontrano, elevando il pensiero alla contemplazione della pura bellezza in sé.
Cristiano Drago
Un passo ulteriore. Verso l’ineffabile. Spesso quando leggiamo una poesia, dobbiamo fermarci un attimo. Guardarla negli occhi. Penetrarla. Coglierla. Cercare di (non) capirla. Quando leggiamo una poesia che, oltre ad essere tale, è anche riempita, suggellata e scolpita dalla filosofia, dobbiamo fare un passo ulteriore. L’Arte in questo caso, pretende di più. E’ la sua presenza che ce lo chiede. Come il freddo richiede il calore, come l’Amore necessita l’Essere. La poesia di Drago, viene costantemente violentata dalla filosofia. Non è più nemmeno erotismo, ma sesso sfrenato, sino a riempire ogni secondo, quasi si avesse la sensazione che il tempo, di lì a poco possa incontrare la morte. Non ci sono pause, non si respira, ma tutto d’un fiato si viene investiti da un’ondata di sensazioni, significati, immagini, colori e visioni, che nel “Blu di quel mare profondo” in cui Drago è, trovano il loro “quieto” vivere. Nello specchio di un arcano segreto, emergono sospese entro una regale dimora: respirando, vivendo. Vivendo in una fiaba reale, irrimediabilmente eterea, profondamente metafisica, congenitamente altra. Gioiosamente attratta dall’amore verso il vero, dal rubino del mistero. La bellezza impera e la volontà di capire, di decifrare il reale, le si aggira intorno riempiendola di sorrisi e di esoteriche effusioni. Colto da sensazioni, da brividi e da slanci di purezza, il reale che ci assale, viene restituito al suo archetipo primordiale. Trasfigurato dalla magia del bello, esso appare correndo lungo un raggio di sole, a strapiombo sul cielo… e ci invita a salire. Sempre più su, sempre più su. Un passo ulteriore verso il cielo. Verso l’ineffabile oceano blu del nostro essere parte del tutto. Cristiano Drago, Verso (l’) Ineffabile. ” Un libro per tutti e per nessuno”.
Dott. Lucio Giuliodori - Università di Mosca
Poesia.
In fondo ad ogni pensare c’è una condizione unica: c’è un istinto, una forma di necessità interiore che risponde a itinerari della mente che sono di natura a-razionale, non estranei alla ragione, ma piuttosto alla scansione sistematica, ordinata del ragionare, del riflettere, per giungere ad un fine di verità, ad un chiarimento, una spiegazione, ancora e sempre confutabili e mai definitivi. Il ragionamento è tipico della scienza, di chi chiede all’intelligenza la giustificazione del conoscere per sapere. In fondo ad ogni pensare c’è, prima d’altro, il Sé di ogni persona: c’è la sua intelligenza e la sua fantasia, il suo modo d’intervenire nella circolarità del vivere, nell’universo delle esperienze, ma anche il suo patrimonio di percezioni immaginative, di tentazioni espressive, di passioni creative. Chi corrisponde solo alla sua intelligenza rischia di pervenire alla “siccità intellettuale” (pag. 35). “Costruendo imponenti edifici metafisici” si può restare intrappolati dove non c’è speranza di arrivare alla propria anima, all’intima testimonianza dell’immaginare, al percepire il pensiero lieve e armonioso di ciò che va oltre quanto accade e può essere pensato con la sola forza evocativa della parola che ha nella sonorità significante, la ragione che la fa essere. Quella sottile trasparenza del pensare che rimanda come specchio in piena luce figure nitide, oppure sfuggenti, per la forza abbacinante che le pervade, dove s’intravede il senso del dire in bilico sull’orizzonte dell’ineffabile, dove emerge la condizione del linguaggio declinato nel sublime dell’assolutamente vero, come può esserlo un mormorìo invisibile, originale e incantatore. Poesia, quella di Cristiano Drago espressa da immagini senza evento, pensieri che il vivere corruga e infrange “nell’opaco inverosimile” (pag. 25), nel soverchio abbondare dei fonemi a cui risponde il silenzio della ragione, l’impotenza della solitudine davanti alla nullità del sé deprivato della trascendenza. Icone appena abbozzate, simboli appuntiti di una coscienza che cerca un appiglio per emergere e dare senso alle ambiguità del vivere. Sofferenza e volontà senza resa per partecipare a “prossimi bagliori di vita” (pag. 35) ai quali l’uomo e il poeta affidano la percezione della sottile malattia di creare altre forme d’intimità con la propria anima. Canovaccio dell’intravedere, piuttosto che illusione da palesare. Allegorie figurate che sembrano imporsi con forza nel mentre si sciolgono in espressioni inaudite che lasciano al lettore lo stupore del fraseggio in spazi d’ascolto recuperati dal profondo trascorso. Poesia, dunque, sempre più poesia di una vocazione che passa per i pendii, a volte tortuosi, di una metafisica dell’identità umana. Interpretazione della soggettività che non si arrende alla estraneità di un universo in espansione. Problematica che confessa lo smarrimento percettivo della complessità che l’artista non può e non deve risolvere, ma unicamente trasporre nella simbologia immaginifica dell’arte che arriva dove il pensare si ferma.
Dott.essa Ornella Bovi - Università di Perugia
2 Settembre 2011
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